BSMA meets: Jack Savoretti

Incontro Jack Savoretti a Milano, durante la presentazione del suo sesto album Singing To Strangers, un inno all’italianità romantica – cantato in inglese. Un abbraccio e una morbida giacca scamosciata distendono immediatamente l’atmosfera, mettendomi subito a mio agio persino accanto ad un cantautore italo-britannico che ha aperto il concerto di Bruce Springsteen. Savoretti non è certo nuovo a collaborazioni importanti, ma Singing To Strangers supera ogni aspettativa: dalla canzone scritta da Bob Dylan, al duetto con Kylie Minogue a Venezia, fino allo studio di registrazione di Ennio Morricone a Roma che ha dato vita al disco. In questa cornice nasce un progetto per nulla frammentato, pensato con una precisa direzione percepibile già dalle prime note di Candlelight: un omaggio all’amore, al romanticismo e alla nostalgia da sempre proprie del patrimonio italiano che lo porteranno in tour tra Europa e Australia dal 16 aprile.

È appena uscito il tuo Singing To Strangers: tre parole per descrivere l’album?

Romantico, italiano e teatrale.

Il titolo dell’album e la rispettiva canzone presuppongono una certa distanza tra te e il pubblico: come la vivi?

Più che tra me e il pubblico, la distanza è tra il pubblico e il personaggio dentro a questo album. Ho visto questo disco un po’ come un film, in cui il personaggio centrale è un performer che vive una lotta tra il volere stare sul palco, senza comunque capirne il perché e, allo stesso tempo, sogna di tornare a casa da chi ama.

Quindi questa è una fase soprattutto pertinente a questo specifico album?

Questo è un conflitto tra la responsabilità e la passione e lo vivo io, come lo vivono tutti; quel dividere la vita tra il dovere e il voler rimanere a casa con chi si ama.

Dal video di Candlelight e dalle sonorità del disco si percepisce chiaramente la voglia di esplorare delle sonorità di un’Italia di qualche anno fa: da dove nasce questo interesse?

Quella è un’Italia che io idealizzo. È un’Italia post seconda guerra mondiale che secondo me guardava molto in avanti; invece ora trovo che stia cominciando ad avere paura e a sognare il passato, come tanti altri paesi. L’Italia di quell’epoca mi esalta perché era molto romantica e positiva, piena di sognatori, idealista, voleva aprirsi, cambiare e migliorare e non tornare al passato. Forse in quel periodo il passato era molto buio, quindi era più semplice guardare avanti. Invece adesso siamo un po’ più confusi.

Secondo te il ruolo del cantautore nel 2019 è anche questo, ovvero il mettere alla luce questo tipo di tematiche?

Il ruolo di qualsiasi intrattenitore, di qualsiasi artista, è quello di connettere. Se non stai connettendo what’s the point? Il romanticismo che secondo me manca tantissimo adesso è qualcosa che volevo cercare di riportare, perché sento tante canzoni d’amore in radio che sono per nulla romantiche. Volevo tornare al fatto che la morte può essere romantica, il dolore può essere romantico, la tristezza può essere romantica, non solo “amore ho bisogno di te”.

Io ascoltato il disco per la prima volta mentre ero in treno ed è stata una bellissima esperienza. Qual è il setting perfetto che ti sei immaginato per il tuo album?

Il viaggio! Ho sempre collegato la musica al viaggio. Quando viaggi sei molto più sensitivo perché giochi fuori casa, sei più all’erta, hai tutto i sensi più accesi. Quindi ti commuovi più facilmente quando viaggi, noti le persone un po’ più profondamente di tutti i giorni e con la musica è la stessa cosa. Quando stai viaggiando hai il cuore un po’ più aperto, quindi quando ascolti la musica assorbi di più.

L’obiettivo che ti sei prefissato di raggiungere nei prossimi cinque anni?

L’obiettivo è proprio il come sta venendo ricevuto questo album. Abbiamo avuto dei risultati che neanche nei miei sogni più grossi avrei potuto immaginare. Questo è lo shock che mi sta commuovendo di più. Quindi me lo sto vivendo tutto ora.

 

Elena Pellizzari

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