Thegiornalisti @ Assago Forum, Milano

Avete mai notato che in alcuni casi la qualità del lavoro di un artista è inversamente proporzionale al successo che riscuote? Non c’è nulla di oggettivo in tutto questo: semplicemente, per il solo fatto di avere un pubblico più ampio, si può passare dall’essere artisti emergenti ad artisti commerciali in un nanosecondo. Questo trade-off mi è stato chiaro grazie alle reazioni delle persone nel sapere che sarei andata ad ascoltare i Thegiornalisti al Forum di Assago. Da una parte c’ero io, con il fervore che solo l’idea di un concerto sa dare, e dall’altra il mio interlocutore, che, almeno nella metà dei casi, prima rimaneva un po’ interdetto (“Seriamente hai deciso di spendere i tuoi soldi così?”) e poi si lasciava andare ad un sorriso (“Contenta tu”).

Ovviamente i gusti son gusti e non è la prima volta che qualcuno critica le mie preferenze musicali, ma visto che io per prima ho scoperto molto della band romana, voglio dedicare questo articolo a chi nei Thegiornalisti ci vede solo un fenomeno di massa (se poi volete riconsiderare la questione o riproporre il vostro rifiuto netto, a me va bene comunque).

La mia esperienza al Forum parte, in realtà, dalle settimane precedenti al concerto: il mio account Spotify per dieci giorni non ha visto altro che playlist come “This is: Thegiornalisti”. Questo sia perché non c’è niente di più frustrante che arrancare parole che non si sanno ad un concerto, sia perché si finisce sempre con l’appassionarsi alle canzoni quando è troppo tardi.

In ogni caso, questa tabella di marcia autoinflitta mi ha permesso di essere reattiva nei momenti salienti: l’inflazionatissimo inciso di Completamente, le vocali spezzate de Il tuo maglione mio, il vocale di dieci minuti di Felicità Puttana, la prima strofa a cappella di Sold out fatta partire da Tommaso Paradiso, il secondo ritornello di New York che il pubblico si è preso prima che il cantante stesso lo iniziasse, la nazionale del 2006 di Questa nostra stupida canzone d’amore. A proposito, se non vi dovesse bastare il romanticismo di cui è intrisa quest’ultima canzone, ecco a voi le parole con cui Paradiso l’ha annunciata prima di cantarla:

“Parlavo da tempo con questa persona, con questa ragazza, e un giorno le dissi “Sai, è da un po’ che ci vediamo ma non ti ho mai detto quello che ti voglio dire veramente. Torniamo a casa, che ho in mente di dirtelo attraverso una canzone”. Andai al pianoforte e in quattro e quattr’otto uscì Questa nostra stupida canzone d’amore”.

 Focalizzandoci per un momento su Tommaso Paradiso, bisogna menzionare anche le sue capacità da frontman. La laringotracheite, che lo ha colpito pochi giorni prima del concerto (e che ha fatto stare noi come anime in pena già pronte a sentir parlare di “rinvio del concerto”), ha portato tacitamente al patto che il pubblico cantasse per lui i ritornelli.

L’empatia che si è creata è stata dovuta anche all’attitudine con cui Paradiso è stato sul palco. Vuoi per l’età ancora giovane, vuoi per il carattere, la sensazione che si ha nel sentirlo cantare è la stessa che si potrebbe provare ad ascoltare il concerto di un amico: non c’è il dislivello creato dalla fama, ma solo la voglia di passare una bella serata. Emblematico il fatto che, per cantare Da sola / In the night, Paradiso abbia fatto salire sul palco un ragazzo che era in prima fila nel parterre.

In ogni caso, oltre ad aver perfezionato la conoscenza di canzoni che avevo già sentito, l’ascolto pre-concerto mi ha fatto scoprire brani attraverso i quali ho scoperto nuovi lati della band stessa. Seppur relativamente giovane (il gruppo si è formato nel 2009), la band ha già vissuto delle trasformazioni: se nei primi quattro album è evidente il richiamo alla musica anni ’80 (con i loop elettronici e l’utilizzo dei sintetizzatori), nell’album Love troviamo invece una svolta verso il genere pop.

Piacevoli scoperte di questa fase di sperimentazione sono canzoni come Fatto di te, Vieni e cambiami la vita, Proteggi questo tuo ragazzo, Senza. Ovviamente le influenze del passato rimangono anche nel nuovo album, come nel brano Milano Roma.

Ed eccoci arrivati al nocciolo della questione. Per poter capire la musica dei Thegiornalisti, secondo me, bisogna tener conto dei modelli a cui fanno riferimento, che è appunto il romanticismo leggero degli anni ’80. Essere leggeri non vuol dire essere superficiali, ma vuol dire rispecchiare la spensieratezza delle prime dichiarazioni d’amore:

“Oh, ciao Matilde, è tardissimo

sto tornando a casa e ti volevo dire

che sono completamente fatto.

Fatto di te.”

 

“Qui c’è bisogno del tuo tocco,

muovi dove vuoi quelle dita

Fammi essere un po’ meglio

anche se così ti va bene

C’è bisogno del tuo odore

Lasciamelo sopra il cuscino

C’è bisogno dei tuoi passi

che ascolto piano piano al mattino.

Vieni e cambiami la vita.

Vieni e cambiamela tu.”

 In un panorama musicale in cui si fa a gara per sviscerare l’amore utilizzando paroloni e ponendo dubbi esistenziali, ben vengano i testi un po’ svenevoli e sdolcinati, che altro non sono che le dichiarazioni di pancia che tutti abbiamo fatto e che ci fanno sorridere.

Ed è questo il vero intento della band, così come si capisce dalla scritta che ha aperto il concerto:

“Noi siamo i Thegiornalisti e crediamo nel Romanticismo”

 

Caterina Cinquesanti

 

 

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